Sistema sanitario nazionale, per salvarlo dobbiamo ridurre gli sprechi. E chiudere al privato

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Dic 18, 2018 No Comments ›› Domenico De Felice

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Abbiamo appena festeggiato i 40 anni del Sistema sanitario nazionale che ci ha fatto passare da un sistema a cui potevano afferire solo lavoratori con le varie mutue a un sistema universalistico. In questi ultimi anni questo nostro sistema, considerato fra i migliori al mondo, è minato. Ho avuto la fortuna di leggere il libro È tutta salute. In difesa della sanità pubblica di NerinaDirindin che ho trovato interessante per scrivere questo post di fine anno benaugurante per la nostra sanità pubblica.

La sanità pubblica oggi è condivisa con fondi privati che la “integrano”. Ma sono effettivamente utili? “A chi giova lo sviluppo dei fondi. Sicuramente ai lavoratori che si vedono rimborsare piccole spese (ticket, visite specialistiche, accertamenti diagnostici, assistenza notturna etc.) che li ripagano (in parte) dei contributi versati (e quindi alla rinuncia a una maggiore pensione o a un maggiore Tfr). Ma soprattutto alle imprese (che risparmiano sul costo del lavoro), al mondo della intermediazione finanziario-assicurativa (che vede accrescere i propri profitti) al mercato delle prestazioni sanitarie (che può contare su un aumento dei consumi). Non certo al Ssn, né sul piano del finanziamento (le risorse destinate alle agevolazioni fiscali sono sottratte ad altri impieghi, compresa la sanità pubblica), né sul piano del suo rafforzamento (i fondi indeboliscono la voce a difesa della qualità delle prestazioni pubbliche), né sul piano dell’equità (i fondi producono una segmentazione delle tutele e discriminazioni a favore di alcune specifiche categorie di cittadini)”.

Questo è vero quanto è vero che io ogni giovedì mattina da anni mi sforzo di spiegare a pazienti di un fondo dirigenti quanto la scelta di eseguire alcuni esami oculistici molto specifici, quali la pachimetria corneale, la perimetria computerizzata e la tomografia ottica computerizzata, sia inutile e dispendiosa senza un dubbio di diagnosi e non serva assolutamente a fare prevenzione. Alla mia affermazione basterebbe una visita oculistica a stabilire se tali esami siano utili la risposta tipica è: tanto non li pago. Infatti li paga la comunità, quindi anche lei!

Qualunque risparmio reale serve per salvare il nostro Ssn. Bisogna infatti ricordare che “ci sono interventi sanitari (5% della popolazione) così costosi che nessuno sarebbe in grado di pagarseli (e che le assicurazioni non rimborserebbero mai)”. Le assicurazioni private sono l’altra alternativa al sistema ma, come per i fondi integrativi a cui possono accedere solo i lavoratori, possono essere usate solo a pagamento con delle limitazioni scritte molto in piccolo. Per questo la proposta di un reddito di salute, formulata dalla compagnia assicurativa Rbm, è indecente!

Questa compagnia “nel 2017, a ridosso delle festività di fine anno, ha comprato una intera pagina del Corriere della Seraper dare il seguente consiglio commerciale: ‘alla tua famiglia a Natale regala la salute. Uno sconto del 25% sul totale del premio del primo anno se includi almeno un familiare’, salvo poi inserire a caratteri piccolissimi e ai margini della pagina la precisazione che il familiare deve essere il coniuge o un figlio (e quindi non un genitore, ad esempio)”!

Salvare il Ssn vuol dire, come scrive il libro che vi invito a leggere, difendere gli ospedali pubblici dall’assalto delle aziende sanitarie private: “nel 2012, per la prima volta nella storia della sanità italiana, il numero di istituti privati è esattamente uguale a quello degli ospedali pubblici: 578 strutture”. Vuol dire non sacrificare gli investimenti di spesa pubblica di cui traggono beneficio i privati: i cittadini infatti in mancanza usano i propri soldi nel privato; vuol dire eliminazione di ticket e superticket che spalancano le porte al privato: a volte pagare un esame in privato costa meno del contributo “aggiuntivo” richiesto al cittadino.

Vuol dire, come mi ostino a scrivere da anni su questo mio blog, a controllare l’appropriatezza delle cure con sistemi di controllo sui pazienti e non sulle cartelle cliniche con unità operative per specialità. Vuol dire non sprecare enormi quantità di denaro con farmaci che hanno qualità terapeutiche sovrapponibili ma costi diseguali come il caso Avastin-Lucentis ancora in essere, se non con farmaci con comprovati danni al paziente come l’antidiabetico Actos ancora pagato con il Ssn. Molto si può fare. Molto si deve fare con alcune indicazioni scritte sul libro citato e con molte mie idee mai ascoltate.


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